Introduzione e Origini della Viticoltura Romana
Il vino nell’antica Roma non era una semplice bevanda, ma un pilastro fondante dell’identità culturale, economica e religiosa.
Essi seppero trasformare la produzione vinicola in una vera e propria produzione su vasta scala, capace di muovere merci, assi e sesterzi.
Inizialmente, nella Roma arcaica, il vino era un bene di lusso strettamente regolamentato.
Con la nascita della ville rusiche, un esempio è la Villa del Torchio di Quarto, la coltivazione della vite divenne una delle attività agricole più redditizie, trasformando il paesaggio agrario.

Visita guidata gratuita alla Villa del Torchio di Quarto
Due volte al mese, il Gruppo archeologico dei Campi Flegrei APS organizza una visita guidata alla Villa del Torchio di Quarto.
La passeggiata archeologica, autorizzata dal Comune di Quarto e dal Parco Archeologico dei Campi Flegrei, è gratuita per tutti i visitatori.
Prossimo appuntamento: domenica 2 agosto ore 20,00.
Per prenotarti alla visita gratuita alla villa romana del torchio di Quarto di domenica 2 agosto ore 20,00 contattaci:i:
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La Produzione e le Tipologie di Vino
I Romani possedevano tecniche di vinificazione sorprendentemente avanzate.
Dopo la vendemmia (deriva dal latino vindēmia, composto a sua volta da vinum (vino) e demere (togliere o raccogliere), l’uva veniva pigiata nei calcatoria e, poi, pressata con grandi torchi a vite o a leva.
Il mosto veniva fatto fermentare in grandi orci di terracotta interrati, chiamati dolia.
Il vino romano, tuttavia, era molto diverso da quello moderno.
Era denso, ad alta gradazione alcolica e spesso incline all’ossidazione.
Per questo motivo, veniva frequentemente miscelato con miele, spezie (come pepe e zafferano) e resine.

Cratere di Polignoto custodito nel Museo archeologico del Castello di Baia.
La decorazione presente sul vaso attico a figure rosse, datato alla metà del V sec. a.C., e proveniente dai ricchi corredi delle necropoli cumane, mette in scena il mondo di Dioniso e il potere del vino. (fonte pafleg.it)
Gli antichi vini più pregiati della Campania
Non tutti i vini erano uguali.
Esisteva una vera e propria gerarchia della qualità:
Il Falerno: Prodotto al confine tra Lazio e Campania, era il vino più pregiato in assoluto, bianco, forte e capace di invecchiare per decenni.
Il Cecubo e il Massico: Altri vini campano-laziali celebrati per l’eccellenza.
Il Vino di Pompei: Prodotto sulle pendici del Vesuvio, era commercializzato in tutto l’Impero, sebbene non sempre di altissima qualità.
I vini meno pregiati: Come il posca (acqua e aceto di vino), la bevanda quotidiana dei soldati e dei ceti più poveri.
Il Banchetto: Spazio Sociale e Ideologico
Il luogo d’elezione per il consumo del vino era il banchetto (convivium), che si svolgeva nel triclinium dell’abitazione.
Il consumo era regolato dal magister bibendi (o rex convivii), che estratto a sorte decideva le proporzioni della miscelazione tra acqua e vino (bere vino puro, merum, era considerato un costume barbarico) e stabiliva il numero di coppe che ogni commensale potesse bere.
Il Vino per la Vita e per la Morte: Rituali e Religione
Il vino legava indissolubilmente il mondo dei vivi a quello degli dei e dei defunti.
Il vino per la vita: Il culto di Libero e Bacco
Inizialmente associato a Liber Pater, divinità italica della fertilità e della viticoltura, il vino venne poi assimilato al culto di Bacco (il Dioniso greco).
I Bacchanalia, feste rituali incentrate sull’estasi mistica provocata dal vino, divennero così popolari e potenzialmente sovversivi che il Senato romano dovette proibirli drasticamente nel 186 a.C. con il celebre Senatusconsultum de Bacchanalibus.
Il vino per la morte: Il culto funerario
Nel contesto funerario, il vino era l’elemento di mediazione per eccellenza.
Durante i funerali e nei giorni di commemorazione (come i Parentalia), i Romani praticavano la libagione: il vino veniva versato direttamente sul terreno o all’interno di appositi tubi di terracotta collegati alle tombe, affinché il defunto potesse “bere”.
Il vino, simbolo di sangue e di vita rigenerata, leniva la sete dell’anima nell’Oltretomba e manteneva vivo il legame tra la famiglia e gli antenati.
Fonti Bibliografiche Antiche
La nostra conoscenza del vino romano si basa su un ricco corpus di fonti letterarie:
- Marco Porcio Catone (De Agri Cultura, II sec. a.C.): Offre una visione pragmatica della gestione della vigna e della produzione vinicola come business.
- Marco Terenzio Varrone (De Re Rustica, I sec. a.C.): Analizza l’evoluzione scientifica e razionale della viticoltura italica.
- Lucio Giunio Moderato Columella (De Re Rustica, I sec. d.C.): Rappresenta il culmine della trattatistica agraria romana, con capitoli dettagliatissimi sulla cura delle viti, l’innesto e la conservazione del vino.
- Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, I sec. d.C.): Nel Libro XIV traccia una vera e propria “mappa dei vini” dell’Impero, catalogando i migliori vitigni, i territori d’eccellenza e i metodi di adulterazione.
- Orazio e Marziale: Nelle loro opere poetiche e satiriche, descrivono vividamente l’atmosfera dei banchetti, l’ebbrezza, la ricerca del Falerno d’annata e le ipocrisie sociali legate al servizio del vino.
- Petronio Arbitro (Satyricon, I sec. d.C.): Nella celebre Cena di Trimalcione, il vino (tra cui l’esagerato “Falerno Opimiano di cento anni”) diventa lo strumento ostentativo della ricchezza volgare del liberto arricchito.

Statua di Dioniso con pantera, proveniente dal ninfeo sommerso della Villa dell’Imperatore Caudio a Baia, custodita nel Museo archeologico del Castello di Baia.
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