La statua di Serapide al MANN (e l’errata denominazione del Macellum di Pozzuoli) [FOTO]

La statua di Serapide al MANN

Visitiamo il MANN, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, con un obiettivo preciso: fotografare la statua del dio Serapide.
La foto Ć© un ottimo pretesto per chiarire l’equivoco sul perchĆ© il Macellum di Pozzuoli viene (erroneamente) indicato come “Tempio di Serapide”.

La statua di Serapide del MANN ĆØ unaĀ marmorea scultura, databile tra la fine del II e l’inizio del III secolo d.C., proveniente dal Macellum (cosiddetto Tempio di Serapide) di Pozzuoli.
Il dio ĆØ raffigurato seduto in trono, con l’aspetto severo e barbuto, la cui iconografia fonde i tratti di Zeus e di Ade.​
Indossa una lunga tunica, un mantello e sulla testa porta il tipico ā€œmodioā€, ovvero un copricapo cilindrico legato al simbolismo del grano e dell’oltretomba.

Accanto al trono compare Cerbero, il cane infernale, che sottolinea il ruolo di Serapide come signore del mondo dei morti e giudice delle anime.

La statua di Serapide al MANN

 

La statua di Serapide al MANN: la descrizione presente al museo

Il Macellum (mercato alimentare) di Puteoli, detto Tempio di Serapide dal ritrovamento di una statua della divinitĆ , sin dal Settecento ha attirato l’attenzione di studiosi e viaggiatori sia per la ricchezza dell’arredo marmoreo sia per i visibili effetti del bradisismo.

Macellum, detto (erroneamente) Tempio di Serapide

Un’ampia corte porticata circondata da botteghe distribuite in parte su due livelli, ospitava il mercato alimentare della cittĆ .
Secondo gli studi più recenti, il monumento fu edificato tra il I e il II secolo d.C., prendendo il posto di un precedente mercato noto solo dalle fonti già dal II secolo a.C.

All’inizio del III secolo, negli anni tra Settimio Severo e Alessandro Severo, furono aggiunte un’ampia esedra sul muro di fondo, preceduta da un portico con quattro colossali colonne in marmo cipollino, che reggevano un frontone triangolare in marmo dell’Asia Minore, e una tholos: un basamento circolare sormontato da un giro di colonne di marmo colorato provenienti dall’antica Teos in Asia Minore, destinata a monumentalizzare una fontana e alcune vasche, utilizzate forse per la pulizia e la vendita di pesce e frutti di mare.

Il monumento, noto fin dal Settecento con il nome di “Vigna delle tre colonne”, fu oggetto di ricerche non solo archeologiche.
La sua particolare posizione e la presenza nel sottosuolo di sorgenti, ne hanno fatto nei secoli un singolare indicatore per lo studio del bradisismo.
L’abbassamento e l’innalzamento del suolo costiero allagano periodicamente le strutture del Macellum.
L’acqua e i molluschi litodomi (datteri di mare) nei secoli vi hanno lasciato segni e tracce, che hanno rappresentato una fonte primaria per lo studio del fenomeno e del suo sviluppo nel corso dei secoli. Il primo scienziato a parlare di bradisismo fu Charles Lyell, geologo scozzese dell’Ottocento, seppellito a Londra nella Cattedrale di Whesminster.

L’errata denominazione

Il ricco corredo scultoreo del monumento doveva adornare soprattutto l’esedra del lato di fondo, verosimilmente dedicata ad attivitĆ  di culto con lo scopo di proteggere i commerci.
Di fronte alle colonne, su basamenti iscritti, erano statue della famiglia imperiale dei Severi, mentre nelle nicchie dell’abside dovevano trovare posto sia il gruppo di Oreste ed Elettra sia la statua del dio Serapide in trono, qui esposta.

Proprio il rinvenimento di quest’ultima scultura, insieme alla notizia – ricavata da famose iscrizioni – dell’esistenza di un tempio dedicato alle divinitĆ  egizie sulla ripa, ha generato l’erronea identificazione di questo monumento con il Tempio di Serapide. La statua del dio Serapide, che si trova al Museo dei Campi Flegrei nel Castello di Baia nella sezione Puteoli, ĆØ una copia della scultura qui in foto.

 

La statua di Serapide al MANN

 

Uno zoom su Cerbero, il cane infernale

Nella statua di Serapide al MANN, Cerbero ĆØ raffigurato come un cane mostruoso tricefalo, strettamente legato alla funzione ā€œinfernaleā€ di Serapide giudice dei morti.

ƈ posto a lato del trono del dio, verso la mano che Serapide tende in avanti: il gesto richiama l’idea del signore degli inferi che domina e tiene a bada il guardiano dell’Ade.

Le tre teste alludono al controllo sui tre ā€œambitiā€ del regno dei morti (ingresso, interno e uscita) e alla vigilanza assoluta: mitologicamente Cerbero impedisce ai vivi di entrare e ai morti di fuggire.​

Nella tradizione figurativa simile (Serapide con Cerbero della Galleria Borghese) il corpo del cane ĆØ spesso avvolto da una coda-serpente: il dettaglio sottolinea ancora di più il carattere ctonio, velenoso e minaccioso dell’animale.

 

Cerbero, il cane infernale ai piedi di Serapide

 

Webgrafia

Macellum / Tempio di Serapide, Parco Archeologico Campi Flegrei

 

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La lucerna d’oro di Pompei. Un dono di Nerone al Tempio di Venere? [FOTO]

La lucerna d’oro di Pompei (I secolo d.C.) esposta al MANN

La lucerna d’oro di Pompei, oggi conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN), ĆØ uno dei reperti più straordinari provenienti dall’area del Tempio di Venere, la divinitĆ  tutelare della colonia romana.

Databile al I secolo d.C., la lucerna ĆØ realizzata in oro massiccio.
Presenta bilicne, a due beccucci per gli stoppini e una decorazione a motivi vegetali.

Il peso, pari a circa 900 grammi, rende evidente come non si trattasse di un oggetto destinato all’uso quotidiano ma di un manufatto di carattere votivo e cerimoniale, concepito per un contesto sacro di altissimo livello.

 

La lucerna d’oro di Pompei esposta al MANN, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli

 

Un dono imperiale attribuito a Nerone per Venere

Per il luogo di rinvenimento, la cronologia e l’eccezionalitĆ  del materiale, la lucerna d’oro di Pompei ĆØ generalmente interpretata come un’offerta imperiale.

In ambito divulgativo e storiografico essa ĆØ tradizionalmente attribuita all’imperatore Nerone.
La politica culturale e religiosa di Nerone mostrò una particolare attenzione per il culto di Venere.
Va tuttavia precisato che l’attribuzione a Nerone non ĆØ sostenuta da iscrizioni o fonti dirette ma rappresenta un’ipotesi consolidata, basata su elementi di contesto storico e simbolico.

La lucerna costituisce, dunque, una testimonianza preziosa non solo dell’oreficeria romana di etĆ  imperiale ma anche del rapporto tra potere politico, religione e rappresentazione simbolica nella Pompei del I secolo d.C.

Un imperdibile gioiello d’arte romana da vedere assolutamente alla prosima visita al MANN!

 

La lucerna d’oro di Pompei esposta al MANN: un dono imperiale attribuito a Nerone per Venere

 

La lucerna d’oro di Pompei: didascalia e storia presente al MANN

Per completezza di informazione, riportiamo i contenuti dei cartelli presenti al MANN relativi al Tempio di Venere e alla lucerna d’oro.

La lucerna d’oro di Pompei: la didascalia presente al MANN

 

Il tempio di Venere e il dono di Nerone

Nel 1863, durante gli scavi del tempio, fu rinvenuta un’eccezionale lucerna d’oro, unica nel suo genere, datata nel I secolo d.C.
La sua presenza all’interno dell’edificio ĆØ collegata presumibilmente a un dono offerto alla dea da parte di esponenti di rango elevato.
Un’iscrizione graffita nella Casa di Giulio Polibio (IX, 13,3) recita “Munera Poppaea misit Veneri sanctissimae berullum helencumque, unio mixtus erat”. Non era, infatti, difficile che Persone Appartenenti alla cerchia Imperiale facessero delle offerte.
Il santuario ospitava giĆ  molte dediche di famiglie eminenti della cittĆ  ed ĆØ presumibile che l’offerta di oreficerie, legate alla dea, sancisse un momento importante del restauro del tempio, danneggiato dal cataclisma.


Webgrafia

La lucerna d’oro di Pompei. Un dono di Nerone a Venere pompeiana, di S. De Caro

La lucerna di Nerone, la favolosa Villa di Oplontis e le meraviglie ancora celate sotto i lapilli, Linkiesta.it. Alberto Angela e la lucerna d’oro di Pompei

The Ancient Graffiti Project

Ringraziamo il nostro socio Mario Monfrecola per le foto


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Il ponte romano di via Salvator Rosa (con la sorpresa de ‘O sole mio)

Il ponte romano di via Salvator Rosa per collegare Neapolis e Puteoli

Rinvenuto nel 2000 durante i lavori della metro, il ponte di via Salvator Rosa ĆØ parte della via Antiniana “per colles”, la prima strada realizzata intorno al 470 a.C. per unire Neapolis (Napoli) a Puteoli (Pozzuoli) attraverso la collina del Vomero.

L’arteria proveniente da Pozzuoli risaliva la Loggetta e la Canzanella, raggiungeva la collina del Vomero e dell’Arenella e, passando per Antignano, scendeva per via Conte della Cerra, via Salvator Rosa e proseguiva lungo un percorso compreso fra i Ventaglieri ed il Cavone.
Proseguiva  dalle parti dello Spirito Santo da dove allora si entrava nella cittĆ .

Una vera e propria arteria che, diramandosi fra diversi luoghi della cittĆ , rendeva possibile gli scambi commerciali e propiziava la nascita di aggregati abitativi lungo il suo percorso.

Il ponte romano di Salvator Rosa all'ingresso della stazione della linea1 della metropolitana di Napoli

 

Il ponte romano di via Salvator Rosa: informazioni storiche

Pubblichiamo le informazioni riportate su un pannello presente all’ingresso della stazione della metropolitana di Salvator Rosa di Napoli (cartello, tra l’altro, imbrattato con spray) per documentare l’importanza del ponte romano di Salvator Rosa.

 

Nel corso dei lavori di realizzazione della stazione Salvator Rosa della Metropolitana Linea1 di Napoli, inglobate in parte in un edificio del XVIII secolo, sono venute alla luce strutture archeologiche riferibili ad un ponte‑viadotto di etĆ  imperiale.

Tale struttura, costituita da sette arcate, doveva essere originariamente molto più ampia e si sviluppava probabilmente giĆ  dall’attuale incrocio tra Via Girolamo Santacroce e Via Conte della Cerra.

Il ponte‑viadotto fu realizzato probabilmente per superare il forte dislivello che esisteva tra l’antica via Antiniana, il cui tracciato era incassato tra sponde molto alte e una residenza sorta sulla collinetta dove si estende l’attuale Via Maio, e piazza Leonardo, una posizione amena da cui si poteva ammirare il panorama del Golfo di Napoli.

Le strutture archeologiche erano state inglobate nel corso del Settecento in un fabbricato, caratterizzato da locali disposti intorno ad un cortile, destinati ad ospitare depositi e stalle. Quattro mangiatoie inserite nel muro romano e una serie di nicchiette rivestite con riggiole – databili agli inizi dell’Ottocento – sono state recuperate e restaurate, quale testimonianza del rifunzionalizzazione delle strutture nel corso dei secoli.

Del ponte romano di Salvator Rosa risultarono conservati alcune parti di un fornice, con una cospicua porzione di volta, ed altri sei setti murari in loro paralleli, che costituivano i piedritti degli archi.
Gli ultimi due sulla destra formavano la spalla del viadotto che proprio da quel punto prendeva l’avvio.

Opera databile all’etĆ  imperiale

Il viadotto, databile per tipologia e tecnica costruttiva all’etĆ  imperiale, fu realizzato in opera mista.
Le ghiere degli archi sono costituite da mattoni bipedali (cm 60 ca di lato) accuratamente ammorsati.
Le volte, del tipo a botte, furono realizzate con una gettata di opera cementizia in una cassaforma lignea retta da cĆ©ntine, la cui impronta delle tavole di legno ĆØ ancora visibile nell’intradosso della volta.

Sull’estradosso delle volte poggiava il piano stradale del ponte che, probabilmente, era lastricato con basoli.

Il recupero del viadotto ĆØ passato attraverso un vasto intervento di restauro, nato con l’intento di procedere al recupero statico delle strutture antiche, rendendole nel contempo, mediante anche delle integrazioni, più leggibili nelle loro funzioni, e di preservarne l’identitĆ  culturale e storica.

 

La targa per Giovanni Capurro, autore dei versi de ” ‘O sole mio”

Al secondo ingresso della stazione di Salvator Rosa, a pochi metri dal ponte romano, lungo l’edificio abbellito con i raggi solari dell’artista Mimmo Paladino, Ć© presente una targa posta dal Comune di Napoli in onore Giovanni Capurro, l’autore degli intramontabili versi de “‘O sole mio“.

Va ricordato un dettaglio storico che ci riporta alla difficile attualitĆ ! La composizione musicale dei versi, scritti da Capurro nel 1898, fu opera di Eduardo Di Capua che, in quel periodo, si trovava a Odessa sul Mar Nero.

CosƬ, la visita al ponte romano di via Salvator Rosa regala questa ulteriore sorpresa: un sito archeologico nel cuore della cittƠ, una targa per ricordare un paroliere, la musica per collegare Napoli e la cittƠ ucraina oggi assediata dalla follia della guerra.

Il ponte romano di Salvator Rosa: a pochi metri, la targa dedicata a Giovanni Capurro autore dei versi di O sole mio

 

La galleria fotografica

Condividiamo alcuni scatti del ponte romano di Salvator Rosa, sito archeologico presente all’ingresso della stazione della linea1 della metropolitana di Napoli (e la meritata targa dedicata a Giovanni Capurro).
Ringraziamo Mario Monfrecola, autore delle foto.

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I quindici anni del Gruppo Archeologico Campi Flegrei APS: la parola a Raffaella Iovine [INTERVISTA]

Intervista a Raffaella Iovine, presidente del Gruppo Archeologico Campi Flegrei APS

Per festeggiare i quindici anni del Gruppo Archeologico Campi Flegrei APS, proponiamo un’interessante chiacchierata con la prof.ssa archeologa Raffaella Iovine, presidente (ideatrice) dell’associazione.

L’intervista si divide in tre sezioni:

  • la guida turistica: l’attivitĆ  di divulgazione e esplorazione dei siti della zona flegrea (e, in generale, dell’intera Campania) organizzati periodicamente dall’associazione
  • l’archeologa: come e perchĆ© una giovane studentessa universitaria decide di impegnarsi in questo difficile ambito professionale
  • il Gruppo Archeologico Campi Flegrei APS: quando nasce l’idea dell’associazione, come e perchĆ© opera sul territorio.

La parola a Raffaella.
A noi non resta che augurarvi buona lettura!

 

La vita da guida turistica

D1: Raffaella, tiĀ laurei nel 2009 in Archeologia e, nel 2010, superi l’esame per diventare guida turistica autorizzata dalla Regione Campania. Come e perchĆ© nasce l’idea di guida turistica?Ā 
R1: La passione per la storia e per il passato mi ha spinto a voler abilitarmi per raccontare e narrare l’anima dei luoghi, facendo un viaggio nel tempo dall’epoca più antica ai giorni nostri. ƈ una continua sfida, un crescente desiderio di conoscere e saperne sempre di più

D2: quando racconti la storia di un sito, hai il potere della comunicazione: i visitatori ascoltano le tue parole,pendono dalle tue labbra. Il tuo ruolo è di notevole importanza perché come guida turistica, sei narratrice e testimonial delle bellezze della zona flegrea.
Come ti prepari ad una visita guidata? Quanto tempo dedichi a disegnare l’itinerario, selezionare le fonti, decidere cosa narrare e cosa omettere, valorizzare il sito e tenere alta l’attenzione dei partecipanti?
R2: Ormai ci sono siti le cui storie mi scorrono nelle vene, dove inizio a narrare e tutto viene da sĆØ. Mi entusiasma raccontare i miti, gli aneddoti, le tecniche costruttive romane. Mi compiace guardare il viso soddisfatto e sorridente dei miei visitatori. In linea generale mi aggiorno continuamente. Leggo molto, mi interesso di diversi aspetti del mondo antico dall’antichissimo al passato più recente, approfondisco. Strizzo l’occhio anche alla nostra cultura napoletana, sempre ricca di aneddoti e di spunti di riflessione. L’esperienza di scavo archeologico arricchisce le mie conoscenze con aspetti nuovi che amo raccontare ai visitatori. ƈ un continuo mettersi in gioco, c’ĆØ sempre da imparare!

D3: trasmettere al visitatore la passione per la Storia, far comprendere al pubblico la vita di persone di duemila anni fa, riuscire ad immaginare come vivevano i nostri avi in una villa romana, descrivere l’architettura e l’evoluzione di un sito, sono doti che richiedono competenza, capacitĆ  espressiva sopra la media, abilitĆ  di coinvolgere il pubblico.
La guida turistica è davvero il lavoro più difficile e bello al mondo?
R3: Offrire al visitatore una visita guidata piacevole ed interessante richiede, a mio avviso, empatia e, al tempo stesso, molte competenze consolidate.

Raffaella Iovine, presidente del Gruppo Archeologico Campi Flegrei: visita guidata al Rione Terra di Pozzuoli

 

Raffaella Iovine: l’archeologa

D4: Raffaella, perchƩ hai scelto di essere archeologa?
In una giovane studentessa, come nasce la scintilla per investire tempo, energie, anni di studi in questo ambito professionale?
R4: La curiositĆ  verso il mondo antico risale alla fanciullezza. In casa c’erano dei libri che parlavano della Storia archeologica di Quarto e un libro che narrava le vicissitudini storiche della cittĆ  di Napoli.
La Montagna spaccata e la Fescina erano i panorami che osservavo continuamente da bambina dal sedile posteriore dell’auto. Una volta mio padre mi disse: “Sai cos’ĆØ questa? ƈ la Montagna spaccata! L’hanno costruita i Romani!”. Quelle parole sono state la scintilla.

D5: nell’immaginario collettivo, l’archeologo ĆØ un eroe stile Indiana Jones alla ricerca di reperti che possono cambiare i destini dell’umanitĆ . Il tuo lavoro di archeologa come si svolge? E’ davvero cosƬ avventuroso?
R5: Ci sono diversi contesti in cui ĆØ richiesto il lavoro dell’archeologo, sia pubblici sia privati. Il lavoro archeologico richiede grande attenzione ed esperienza. Scoprire la presenza di manufatti antichi ĆØ solo l’inizio di un’entusiasmante ricostruzione della storia di quel luogo. La documentazione e lo studio sono fasi fondamentali che permettono, anche, di contestualizzare il ritrovamento.

 

L’emozione della scoperta

D6: Scavare e ritrovare un antico reperto deve essere un’emozione unica. Ricostruire minuziosamente – da dettagli invisibili – la vita di persone di migliaia di anni prima, credo sia una sensazione che ripaghi il lavoro (e lo studio) di giorni, mesi o addirittura anni.
Quali sentimenti provi quando, in uno scavo, recuperi una moneta romana, scopri una tomba dedicata ad una giovane donna morta duemila anni fa … insomma restituisci alla collettivitĆ  importanti testimonianze della nostra Storia?
R6: Ritrovare una moneta, un mausoleo, una testimonianza del mondo antico mi dĆ  un’emozione grandissima. Si sgranano gli occhi e la meraviglia traspare sul viso. Sono i segni della presenza di un popolo che ĆØ vissuto e ha occupato quei territori prima di noi! Un grande lavoro di tutela viene svolto dalle Soprintendenze. Senza i loro interventi di tutela, probabilmente tutto verrebbe sottaciuto o distrutto. Molte persone ringraziano ed apprezzano il lavoro degli addetti ai lavori. Riportiamo alla luce nuovi dati e inediti monumenti che altrimenti rimarrebbero sconosciuti per chissĆ  quanto altro tempo. Un cantiere ha una gestione complessa che va dalla progettazione dello scavo ed altro.

Intervista a Raffaella Iovine, presidente del Gruppo Archeologico Campi Flegrei APS: in foto, lo scavo in un sito archeologico

 

Come nasce il Gruppo Archeologico Campi Flegrei APS

D7: Raffaella, quando e perchƩ scatta la scintilla per creare il Gruppo Archeologico Campi Flegrei APS?
R7: E’ un’idea partorita da un’intuizione, da un “Eureka!”, da una volontĆ  interiore di non arrendersi ad una realtĆ  che si prospettava chiusa, inaccessibile. Mi ha guidato la grinta e lo spirito di avventura. L’associazione ĆØ nata nel luglio 2010 mettendo insieme più persone conosciute all’UniversitĆ .

D8: Il Gruppo Archeologico Campi Flegrei APS opera oramai da quindici anni, quindi anni di lavoro ininterrotto sul territorio dei Campi flegrei, con un’attenzione particolare a Quarto. Le iniziative dell’associazione sono molteplici, sul sito gruppoarcheologicocampiflegrei.it ne sono censite diverse. Hai ricordi particolari degli inizi? Cosa vi ha spinto a continuare nonostante le mille difficoltĆ ?
R8: La soddisfazione maggiore ĆØ rendere visibile ciò che fino a pochi giorni prima era invisibile. Raccontare ed esplorare il territorio, conoscerlo e capirlo. Crediamo nello spirito di collaborazione, a tutti i livelli, per noi l’importante ĆØ che si raggiungano i risultati ovvero la Valorizzazione dei Beni Culturali!

I quindici anni del Gruppo Archeologico Campi Flegrei APS: guardiamo al futuro!

D9: Dunque, il miglior modo per festeggiare i quindici anni del Gruppo Archeologico Campi Flegrei APS ĆØ guardare ai prossimi quindici anni. Quali progetti futuri?
R9: Work in progress!! Studio, competenza, professionalitĆ , spirito di intraprendenza.

D10: Nel ringraziare Raffaella Iovine per il suo incessante lavoro di divulgazione, chiudiamo l’intervista con una risposta senza domanda: auguri al giovane Gruppo Archeologico Campi Flegrei APS e … a te la parola Presidente!
R10: La cultura ĆØ un antidoto contro la violenza, l’abbrutimento, l’inciviltĆ . Al brutto contrappone il Bello!
Che sia per tutti un faro, la nostra fiamma interiore!

 

Alcuni scatti per ricordare i nostri primi quindici anni

Condividiamo alcuni scatti per ricordare il lavoro svolto in questi intensi, gratificanti, emozionanti, primi quindici anni del Gruppo Archeologico Campi Flegrei APS!

 

Antichi Scenari alla Villa del Torchio: l’emozione del teatro, il fascino dell’archeologia [FOTO+VIDEO]

Alla Villa del Torchio, Antichi Scenari con lo spettacolo “Cagliuso”

Il connubio tra Teatro e Storia lascia sempre una forte emozione nell’animo di ogni spettatore.

La magia si ripete anche in questa serata di fine luglio, alla villa del Torchio di Quarto con la piĆØce teatrale di Antichi Scenari che, nel luogo dove duemila anni prima vivevano e lavoravano famiglie di antichi romani, interpreta lo spettacolo “Cagliuso”, tratto dalla fiaba di Giambattista Basile.

 

Antichi Scenari alla Villa del Torchio: l'emozione del teatro, il fascino dell'archeologia

 

Visita guidata e teatro, un connubio emozionante!

CosƬ, dopo l’interessante visita guidata presso l’antica villa romanda di Quarto a cura della prof.ssa Raffaella Iovine – presidente del Gruppo Archeologico Campi Flegrei APS – Antichi Scenari interpreta ā€œCagliuso – La vera storia del Gatto con gli Stivaliā€, tratto dalla fiaba originale di Giambattista Basile, nel suo affascinante napoletano del ’600, con maschere della commedia dell’arte e musica dal vivo (tale opera rappresenterĆ  poi il testo di riferimento per la favola “Il gatto con gli stivali”).

Da evidenziare: gli attori recitano il testo autentico di uno dei racconti più belli e antichi della nostra tradizione popolare, nessuna riscrittura viene proposta.

Agli attori Guido, Julia, Martina Primicile Carafa, Daria Tehrani e alla regista Renata Wrobel i nostri ringraziamenti per averci trasmesso la loro passione e delle vere, profonde emozioni per questo salto temporale, tra Arte e Cultura reso ancora più intenso dalla valenza storica del luogo dove viene interpretato.

L’evento fa parte della rassegna culturale di Antichi scenari con il patrocinio del Comune di Quarto e del Parco archeologico dei Campi flegrei.

 

La Villa del Torchio ripresa dal drone

Per ammirare la bellezza della Villa del Torchio di Quarto, segnaliamo le foto scattate dal drone con scatti successivi da cinquanta metri d’altezza a scendere fino a raggiungere il sito archeologico: guarda le foto dal drone.

 

Antichi Scenari: lo spettacolo “Cagliuso”, foto e video