Il fiore di acanto: la pianta amata dagli antichi Greci e Romani che ispirò il capitello corinzio

L’acanto conquistò dĆØi, scultori e… i capitelli

Guardandolo in giardino sembra quasi una pianta d’altri tempi per la sua eleganza, un po’ teatrale, con le sue lunghe spighe di fiori bianchi incappucciati da brattee color porpora.
E forse non ĆØ un caso, perchĆ© il fiore di acanto (Acanthus mollis) ĆØ una delle piante più celebri della storia dell’arte.

Se le foglie potessero vantarsi, quelle dell’acanto direbbero: “Io ho decorato il mondo antico!”

Un fiore con il portamento di un aristocratico

Il fiore di acanto ĆØ una pianta mediterranea che ama il sole filtrato e i terreni ben drenati.
Le sue foglie grandi, lucide e profondamente incise formano una rosetta imponente, mentre tra la tarda primavera e l’inizio dell’estate – generalmente da maggio a luglio – si innalzano spettacolari spighe fiorite che possono superare il metro e mezzo d’altezza.

I fiori, bianchi con sfumature violacee, sembrano piccole bocche spalancate, protette da eleganti brattee color vino.

Insomma, più che una semplice infiorescenza, una sfilata di alta moda botanica.

Fiore di acanto in fioritura lungo le strade dei Campi Flegrei

La leggenda che cambiò l’architettura

La fama dell’acanto non deriva tanto dai suoi fiori quanto dalle sue foglie.
Secondo una celebre leggenda raccontata dall’architetto romano Vitruvio, tutto iniziò con una cesta.

Lo scultore greco Callimaco passò accanto alla tomba di una giovane fanciulla.
Sopra il sepolcro era stata lasciata una cesta coperta da una tegola.
Col tempo, una pianta di acanto crebbe attorno alla cesta, facendo incurvare elegantemente le foglie contro la tegola.

Callimaco rimase incantato da quella composizione naturale e la trasformò nel capitello corinzio, destinato a diventare uno degli elementi più raffinati dell’architettura classica.

Da allora, milioni di foglie di pietra hanno imitato una pianta vera.

Greci: eleganza e rinascita

Per gli antichi Greci l’acanto rappresentava soprattutto:

  • la vita che rinasce;
  • la bellezza che sopravvive al tempo;
  • l’armonia tra natura e arte.

Le sue foglie, capaci di ricrescere anche dopo essere state tagliate, erano viste come simbolo di vitalitĆ  e resilienza.
Non sorprende, quindi, che decorassero templi dedicati agli dĆØi e monumenti funerari.

Romani: lusso, prestigio e un pizzico di ostentazione

I Romani ereditarono dai Greci la passione per il fiore di acanto, ma la reinterpretarono nel loro stile, ossia era più grande, più ricco, più spettacolare.

Le foglie di acanto comparvero ovunque:

  • capitelli;
  • fregi;
  • sarcofagi;
  • ville patrizie;
  • mosaici;
  • argenterie.
Il fiore di acanto: il fiore che ha decorato la storia (e ispirato il capitello corinzo)

Il linguaggio segreto del fiore di acanto

Nel corso dei secoli questa pianta ha accumulato una lunga lista di significati simbolici:

  • 🌿 immortalitĆ , grazie alla sua straordinaria capacitĆ  di ricrescere;
  • 🌿 resilienza, perchĆ© affronta il caldo estivo senza perdere la sua imponenza;
  • 🌿 protezione, per le foglie robuste e spinose di alcune specie;
  • 🌿 arte e creativitĆ , essendo diventata uno dei motivi ornamentali più celebri della storia.

Una fioritura che non passa inosservata

Quando l’acanto fiorisce, lo fa senza alcuna timidezza.

Le alte spighe sembrano candelabri vegetali popolati da decine di piccoli fiori che attirano api e bombi.
La fioritura può durare diverse settimane e, anche una volta sfiorita, la pianta mantiene un portamento elegante.

Le foglie, invece, continuano a dominare il giardino per gran parte dell’anno, ricordando che la vera celebritĆ  della famiglia non sono i fiori… ma loro.

L’acanto oggi: una celebritĆ  senza tempo

Passeggiando tra chiese romaniche, palazzi rinascimentali o edifici neoclassici, ĆØ impossibile non incontrare l’acanto scolpito nella pietra.
ƈ uno dei rarissimi casi in cui una pianta ĆØ riuscita a diventare un’icona universale dell’arte.

Eppure basta osservarla dal vivo, magari durante una passeggiata estiva, per capire perchĆ© Greci e Romani se ne siano innamorati: possiede un’eleganza spontanea che nessuno scultore ĆØ mai riuscito a superare del tutto.

CosƬ, mentre molte piante si limitano a fiorire, l’acanto può permettersi di sorridere tra le sue foglie monumentali e pensare: “Io non ho solo decorato i giardini… ho decorato la storia.”


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“Idi di Marzo” di Valerio Massimo Manfredi: chi era veramente Giulio Cesare?

“Idi di Marzo”, un romanzo di Valerio Massimo Manfredi

“Idi di Marzo”, di Valerio Massimo Manfredi, ĆØ un romanzo appassionante.
L’autore si concentra sugli ultimi giorni di vita di Giulio Cesare, in particolare la settimana che porterĆ , poi, alla famigerata congiura del 44 a.C. con l’assassinio del pontefice massimo.

La narrazione ĆØ avvincente. Un feroce conto alla rovescia scandisce il trascorrere del tempo fino all’incontro fatale nel quale il dittatore perpetuo verrĆ  ucciso dai suoi (ex) uomini di fiducia.

E’ interessante sottolineare l’abilitĆ  dello scrittore nel creare uno scenario verosimile (confermato da prove documentate), reso affascinante dalla presenza di personaggi di fantasia.

Insomma, la giusta miscela per una narrazione godibile, attinente ai fatti storici, intrigante.

 

Idi di Marzo, di Valerio Massimo Manfredi: la recensione

 

Giulio Cesare, malato di epilessia?

Vlaerio Massimo Manfredi, inoltre, evidenzia la fragilitĆ  umana di Giulio Cesare.
Agli occhi della Storia, l’imbattibile condottiere militare ĆØ un semidio.

Eppure, pagina dopo pagina, nelle “Idi di Marzo”‘ emerge un uomo di cinquantasei anni stanco, malato (secondo l’autore soffriva di epilessia).

Sposato con Calpurnia, frequenta l’amante Servilia, innamorato di Cleopatra.
Circondato dai suoi Generali che – in molti – poi lo tradiranno.

Un uomo perseguitato dai sensi di colpa, reo di aver scatenato la guerra civile dopo aver attraversato il Rubicone (nel gennaio del 49 a.C.), contravvenendo agli ordini del senato.
E, nonostante una serie di trionfi e nuovi territori conquistati, tormentato dagli incubi per aver ucciso altri romani (sangue del suo sangue).

Secondo Plutarco: «Cesare non aveva sconfitto comandanti stranieri né re barbari, ma aveva annientato alle radici i figli e il sangue del migliore tra i Romani [Pompeo Magno], vittima dei capricci della fortuna; non era giusto trionfare in questo modo sulle disgrazie della patria».

Dunque, la lettura delle “Idi di Marzo” diviene un pretesto per approfondire l’animo di un personaggio capace di segnare la Storia di Roma (e del mondo antico).
Ma Ć© anche un utile approfondimento per capire le abitudini quotidiane di uomini e donne di duemila anni fa.

Come vivevano, cosa mangiavano, come si divertivano?
E come si spostavano tramite la fitta rete di strade con le soste obbligate alle diverse mansio disposte lungo il tragitto?

Insomma, per gli amanti della Storia “Idi di Marzo” ĆØ una lettura imperdibile.
E, se vuoi continuare questo viaggio alla scoperta di Giulio Cesare e della Roma antica, puoi unirti alle nostre visite guidate nei luoghi che ancora conservano la memoria dell’etĆ  imperiale nei Campi Flegrei, dove si racconta che sia stata ritrovata una sua villa!

 

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La Pietra Bianca di Quarto. Storia e significato dell’iscrizione [FOTO]

La Pietra Bianca di Quarto in ricordo della giovane moglie di 25 anni

La Pietra Bianca di Quarto ĆØ un’antica lapide funeraria di etĆ  romana, databile al I sec. d.C., inserita all’interno di un contesto funerario più ampio, posto sul versante orientale della piana di Quarto, in prossimitĆ  del collegamento viario con Neapolis.

La lapide funeraria è così chiamata per il colore bianco del marmo con cui è stata realizzata.
Il suo ritrovamento, nel 1777, ha influenzato la toponomastica, attribuendo il nome di “via Pietra Bianca” alla strada principale della localitĆ  in cui fu rinvenuta.
Il reperto archeologico presenta nello specchio epigrafico una dedica commemorativa che Lucius Marius Iunianus rivolge alla giovane moglie, Varia Iusta, che visse poco più di venticinque anni.

La stele funeraria si presenta decorata da un frontone, da una patera (piatto) e da un elegante urceus (brocca).
Inoltre, sono visibili gli incassi a coda di rondine per i forfices, utilizzati per lo spostamento della lapide.

 

La Pietra Bianca di Quarto: una lapide funeraria di etĆ  romana del I sec. d.C.

 

L’iscrizione

Sulla parte frontale della Pietra Bianca di Quarto ĆØ presente la seguente iscrizione in lingua latina:

Variae Sp(uri) F(iliae)

Iustae

L(ucius) Marius

Iunianus

uxori

rarissimae

sanctitatis

vixit ann(is) XXV

mens(ibus) XI dieb(us) XVIII

Segue una proposta di traduzione:

“Lucio Mario Iuniano alla moglie Giusta Varia, figlia di Spurio (?), di rarissima onestĆ . Visse 25 anni, 11 mesi e 18 giorni.”

L’abbreviazione “sp” sembrerebbe riferita al praenomen (nome) del padre.
La gens Varia ĆØ attestata non solo a Puteoli, anche se raramente, ma anche a Capua e a Pompei.

La Pietra Bianca di Quarto: l'incisione

 

La Pietra Bianca di Quarto: dove si trova

L’ara funeraria che assegna il nome alla via “Pietra Bianca”, Ć© in una traversa a poche centinaia di metri dalla villa comunale di Quarto (vedi anche indicazioni Google Maps).

 

Per approfondire

Per maggiori dettagli sulla storia di Quarto e dei suoi principali siti archeologici si rimanda alla pubblicazione “La villa con necropoli La Fescina di Quarto” di Raffaella Iovine (2023).
L’opera ĆØ acquistabile:

 

Bibliografia

 G.A.N. (a cura di), Quarto flegreo. Materiali per lo studio storico archeologico di Quarto flegreo, Napoli, 1980. pp. 96-97, n.12.

Beltrami L., Il sangue degli antenati, Bari, 1998, pp. 115-118.

Camodeca G. et alii (a cura di), Materiali per lo studio storico archeologico di Quarto flegreo, Napoli, 2013, pp. 206-208.

Iovine R., Gli scavi archeologici della villa con necropoli “La Fescina” di Quarto, p. 14.

 

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